Oggi 5 Febbraio 2016, uscendo a comprarmi un panino nella pausa pranzo, dei pezzi di cartongesso colorato hanno attirato la mia attenzione.
Li ho osservati avvicinandomi a loro e, continuando a camminare, sono andato oltre il camioncino che li aveva sul pianale di carico. Erano i resti di una web company cresciuta troppo in fretta e particolarmente avida.
Poi mi son fermato e sono tornato a guardarli di nuovo.
Quel cartongesso una volta era stato vivo, almeno una volta nella sua esistenza era stato il sogno di qualcuno.
È così che mi è tornata in mente la mia azienda.
Quel cartongesso non era solo stato parte di una web company, era stato soprattutto ed al di sopra di tutto parte di un sogno.
Anche io avevo un sogno.
Non per le persone che l'hanno avuto, non per il loro sogno in particolare, non per sarcasmo sempre facile alla fine delle cose, ma per un genuino dispiacere per il sogno in se, che ora ridotto in pezzi colorati aspettava di essere smantellato, che se avessi avuto un fiore lo avrei deposto sulle reliquie.
Il giorno prima nel kickoff in streaming si leggeva, scritto in un rassicurante azzurro, "Dare 2 dream". No, non potrebbe essere più sbagliato. Non si deve osare di sognare.
"Dream 2 dare". Si sogna per osare.
Osi quello che hai sognato, osi per seguire il sogno.
Dare 2 dream è un concetto malato. È privo di libertà. È un concetto economico, è una farsa,
Anche io ho avuto un sogno, gli ho voluto bene come ad un figlio.
L'ho tenuto stretto fino alla fine.
A volte i sogni fanno male.
Di sogni si muore. Eh sì, è vero.
Ma c'è anche chi muore senza sogni.
Ma c'è anche chi senza sogni muore.
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